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martedì 3 settembre 2013

DIAMO FORZA ALL'APPELLO DI PAPA FRANCESCO !


L'importantissimo appello indirizzato a tutti gli Uomini di buona volontà da S.S. Papa Francesco a favore della Pace e contro i venti di guerra che si addensano minacciosi nell'area medio-orientale, ha suscitato eco rilevanti nella popolazione mondiale.
 
Una risonanza altrettanto rilevante è stata poi riservata all'iniziativa complementare assunta dal Pontefice, ossia quella di chiedere a fedeli e non di unirsi in preghiera: una gigantesca massa di persone che al tramonto del 7 Settembre, in una propizia condizione di digiuno, pregheranno Dio invocando la Pace e chiedendoGli di illuminare i potenti della Terra in tale direzione.

La situazione è incandescente, densa di incognite e di fortissimi timori, correlati - in base a ragionamenti affatto peregrini, piuttosto che non su notizie riservate - alla concreta possibilità che il conflitto possa rapidissimamente ampliarsi: ciò con conseguenze facilmente prevedibili ma difficilmente quantificabili, specie se l'utilizzo delle armi non dovesse basarsi su  mezzi non convenzionali.

Che il mondo sia da tempo lacerato da una perniciosa conflittualità - che porta lutti, lacrime e povertà (ancora maggiore, in chi ha già poco) - è sotto gli occhi di tutti: al di là di chi  possano essere le responsabilità nel fare della guerra uno strumento del proprio potere anche personale; al di là  delle colpe gravissime - dinnanzi a Dio ed agli Uomini - anche nell'usare armi di sterminio di per se vietate (ancor prima dalle coscienze che non dalle leggi umane); al di là di tutto questo DEVE sempre esserci l'uso della ragione e della diplomazia: ad ogni costo.

Specie quando, a fronte di gravi situazioni che si trascinano nel tempo, la comunità internazionale nei fatti non sempre si è dimostrata coerente ed energica al pari delle (moltissime) parole usate.
 
Giusto essere allarmati da una escalation che vede forse l'utilizzo di armi chimiche; giusto, nell'allarme, far capire che queste cose evocano una punizione drastica specie per ammonire chi possa essere tentato dal compiere pericolosi  gesti anche in terra altrui (leggasi: attentati); giusto anche sollecitare gli alleati del tiranno di turno ad essere veramente fieri difensori di un popolo "amico", così consegnando loro alla giustizia chi si possa essere macchiato di pesanti responsabilità.     Sarebbe una vera prova di pacifica forza, dove chi dovesse fare ciò acquisterebbe meriti cospicui agli occhi di un'opinione pubblica che  vedrebbe trionfare la Giustizia e mortificate le pulsioni guerresche di molti esaltati.
 
Trovo ripugnante pensare che ci possano essere Nazioni nel Mondo i cui governanti, alle prese con sempre più pressanti difficoltà politico-economiche interne, siano tentate dall'utilizzo della forza per dirimere questioni che andrebbero affrontate con forza in sede ONU, ossia politicamente attraverso il Consiglio di Sicurezza.
 
Vanno mandati i caccia per bombardare "i cattivi" o le truppe per occupare al fine di tutelare la pace e "liberare" i popoli dal gioghi odiosi, o si utilizzano questi strumenti solo come anticamera per fare shopping di risorse o imporre la propria presenza commerciale,  facendo lacerare i vecchi accordi a proprio vantaggio?
 
I dilemmi sono molteplici, troppi ed assillanti!  E quanto avvenuto negli ultimi periodo in Libia o in Egitto, ad esempio, ci insegna che al di là delle bellissime parole con cui specie in occidente si ammantano anche le situazioni peggiori, le "rivoluzioni spontanee" per conquistare la Libertà e la Democrazia si sono affievolite ai primi del 1900 per estinguersi nell'ultimo quarto di quel secolo. Le "rivoluzioni dei gelsomini", quella delle "orchidee", dei "cedri" o delle "rose", hanno dimostrato di tramutarsi in "primavera dei crisantemi": dove tolto di mezzo il tiranno di turno, dopo che si è destabilizzato un certo qual equilibrio, è difficile trovare nuovi e stabili assetti, così come è difficile trovare soggetti fortemente qualificati e quindi rappresentativi.

Il secolare dilemma "distruggere per ricostruire" o "correggere e aiutare lo sviluppo", oggi non costituisce più un quesito: la risposta è chiara.  Troppi folli vagano per il mondo, pronti - in nome di ideali strani e di ideologie ancora più strane - a spruzzare morte nell'aria altrui.  E se il ricordo di Hiroshima e Nagasaki è ancora vivo anche quale monito per l'umanità, dobbiamo tenere in conto che nessuno è più al sicuro se oggi dovesse accadere un evento bellico allargato.
 
Meglio che SCOPPI LA PACE, come ha anche sollecitato autorevolmente il Papa.  Quanto Bene ne potrebbe derivare per l'umanità oggi afflitta!
 
Aiutiamo la Sua voce, le Sue preghiere e le nostre, per la Pace: Egli si è rivolto con linguaggio ecumenico a tutti gli UOMINI DI BUONA VOLONTA', io desidero invece rivolgermi anche agli UOMINI LIBERI E DI SANI COSTUMI che operano nel Mondo affinché anche loro si uniscano in assonanza con questo momento solenne e affinché facciano sentire prepotente la loro voce.

PACE, DUNQUE!

BASTA GUERRE ODIOSE, BASTA CON IL RICORSO ALLE ARMI SE CIO' NON SIA ASSOLUTAMENTE INDISPENSABILE PER TUTELARE E DIFENDERE IL PROPRIO SUOLO, LA PROPRIA PATRIA!
 
MAI PIU' GUERRA! CHE SIA PACE!

CHE ATTRAVERSO LA PACE LE INGENTISSIME RISORSE DESTINATE ALLE ARMI SERVANO A SFAMARE I POVERI, GLI INDIGENTI; SERVANO ANCHE  A FAR PROGREDIRE LE GENTI, PORTANDO SERENITA', CULTURA, SALUTE: SPEZZANDO COSI' - ANCHE E SOPRATTUTTO - LA TRISTE E NEGATIVA SPIRALE CHE SPINGE LE GENTI AD ABBANDONARE LE TERRE D'ORIGINE.

CHE SIA LA PACE A PUNIRE I COLPEVOLI DEI CRIMINI UMANITARI ACCERTATI: CHE SIA LA PACE AD ESSERE RITROVATA DALLE GENTI DEI TERRITORI INTERESSATI, USANDO I PROPRI MEZZI, LE PROPRIE VOLONTA', LE PROPRIE FORZE !
 
Spero fortemente che Sua Santità mobiliti il grande e sano cuore della  Chiesa Cattolica per indire al più presto un incontro ecumenico tra i rappresentati di tutte le Religioni, specie di quelle monoteiste ovvero abramitiche: che si trovi una via illuminata per convincere i governanti a fare in modo che vengano abbandonati i conflitti, che si trovi un nuovo equilibro per le diseguaglianze e le disparità sociali.

Che si ridia piena dignità alla persona, allontanandola dalle false chimere che la società dei consumi continua subdolamente a insufflare, per riportarla verso più sani ideali e per consentirle di ritrovare quei principi che hanno fatto si che, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, ci fosse crescita sociale, lavoro e benessere.

Che così Dio ci assista!

Roma, 3 Settembre 2013       Giuseppe Bellantonio (*)

(*) Gran Maestro Emerito della 
Gran Loggia Nazionale Italiana
Comunione di Piazza del Gesù

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sabato 18 maggio 2013

...CAPIRE UN PO' DI QUEST'ITALIA IN QUESTA EUROPA - Parte III°


Le ricchissime liquidazioni (ma vogliamo parlare anche delle pensioni?...) di cui godono molti manager, qualora l'ente per il quale hanno operato/collaborato abbia risultati negativi – ovvero, si scoprano successivamente cattivi investimenti o perdite simulate o marchingegni per eludere il fisco ovvero appropriarsi illecitamente di somme di denaro -, devono essere confiscate. E' oltraggioso e ridicolo che soggetti che con la loro impreparazione/incompetenza/cattiva fede abbiano segnato pesantemente le finanze di una società/ente/azienda, nell'essere allontanati da quel posto possano godere di lautissime, ingiustificate, oggi non più giustificabili prebende!

Il concetto fin qui applicato molto poco in Italia, specie ai “livelli più alti”, é che ognuno debba rispondere delle proprie azioni, anche patrimonialmente: quando si mette una firma, quando si sottoscrive un documento, quando si assume un impegno e – soprattutto quando, ad ogni livello e funzione, si maneggi del denaro pubblico - si deve essere consapevoli delle responsabilità al pari dei rischi qualora su questi possano pesare superficialità e possibili tentativi di condizionamento. Prima di ogni firma, prima di sottoscrivere ogni tipo di documento – specie se possa avere conseguenze per la vita, l'ambiente, la salute, la sfera delle libertà dei cittadini, l'utilizzo delle stesse risorse finanziarie/economiche – occorre leggerne i termini, rendersi conto dei contenuti – della loro correttezza formale ma soprattutto sostanziale -, analizzarli – così da valutare a priori quali reazioni/conseguenze potranno scaturire da quell'azione – e infine soppesarli nella loro complessiva attendibilità e quindi congruenza. In sintesi, la sottoscrizione di qualunque tipo di documento – al pari dell'espletamento di ogni azione, così come accade anche nell'ambito delle professioni – deve essere sempre e comunque un'assunzione diretta (ovvero, pro-quota) di responsabilità a verificare la quale – periodicamente, a scandaglio, costantemente: basta emanare delle precise disposizioni al riguardo – devono effettuarsi dei controlli.

Lavoro: vera emergenza sociale, persino piaga sociale! Non si può essere che d'accordo sulla improcrastinabile duplice esigenza: consentire il mantenimento dei già erosi livelli occupazionali (agendo su investimenti e pressione fiscale, incentivando in assoluto l'export, riqualificando le attività produttive aprendole alle nuove tecnologie, ecc.), procedere alla creazione di nuovi posti/di nuove opportunità di lavoro. Entrambi nobili intenti, sostenuti da – più o meno – altrettanto nobili, preoccupate, accorate parole: almeno per quanto ci é dato ascoltare e leggerne nel quotidiano. Ma ancora non è definito, e quindi non é chiaro, chi/come/quando/assumendosi-quali-responsabilità farà qualcosa in questa direzione e soprattutto con quali mezzi: già, perchè per creare posti di lavoro (questo significa che alla pubblicazione della notizia circa la creazione di posti di lavoro, io possa telefonare all'amministratore politico competente/interessato per chiedergli a che ora, presso quale indirizzo e con quali documenti dovrà presentarsi un mio figlio per aspirare a fruirne) significa aver prima un'idea chiara ossia in quali settori specifici – produzione, industria, commercio, turismo, servizi... - in quale tipo di azienda investire e come farlo (a fondo perduto, con agevolazioni, con intervento misto pubblico e privato, ecc.). Soprattutto devono essere investimenti produttivi: non una panacea per dare lavoro per un anno e poi assistere alla chiusura dell'attività per carenza di commesse ovvero di sbocchi commerciali; mi spiego ancora meglio: è inutile pensare a nuove opportunità di lavoro per chi fabbrica fiammiferi, se ormai non se ne usano più. Meglio riqualificare in modo intensivo e rapido la manodopera in cerca di ricollocamento re-indirizzandola verso attività che prevedano una domanda attraverso la quale poter collocare il prodotto. Lo stesso dicasi per il settore “impiegatizio”: sarebbe ora che un qualche autorevole esponente delle Istituzioni parlasse ai giovani, magari a reti unificate, per dire loro che sì è bello studiare, giusto aspirare ad un posto, corretto ambire a rendersi autonomi, emozionante ambire a formarsi una famiglia, utile programmarsi un futuro, ma che oggi il mercato offre solo queste “X” o “Y” possibilità, per cui é giusto ambire ma difficile poterle realizzare, almeno per il momento. Occorrerebbe però non mortificare la speranza di chi ascolta e aggiungere che si provvederà a chiamare dalle liste dei disoccupati per coprire ciò che la domanda propone, provvedendo lo Stato – attraverso i suoi migliori uomini del settore insegnamento – ad insegnare a questi giovani (che hanno studiato da “impiegato”, magari) a fare quei lavori di mestiere che oggi possano risultare scoperti. Vuoi lavorare? Ti aiuto in ogni modo, ma anche tu aiutati! Meglio accettare un posto di lavoro, certamente diverso da quello cui si poteva originariamente aspirare, ma immettersi nel circuito del lavoro e cominciare a guadagnare: a cambiare e migliorare, ci sarà sempre tempo. C'é chi vuole costruirsi una famiglia, non ha lavoro o lo ha perso? Io Stato ti aiuto: ti do un po' di buona terra, te l'affido senza oneri per “X” anni, ti insegno – tramite personale qualificato – a fare il contadino (trarrai così dalla Natura il tuo cibo), a costruirti una casa (ti anticipo io il materiale), a garantirti di assorbire i tuoi prodotti all' “X”% (immettendoli sul mercato) mentre per l'altro “X”% penserai tu a collocarli. D'altronde quante generazioni sono nate e si sono moltiplicate all'insegna del lavoro nei campi? Non é forse vero che moderne scuole di pensiero, tra cui spiccano Pontefici e Premi Nobel, sostengono la necessità di fermarsi e riflettere attraverso una sana de-crescita, una devolution (ossia, un “ritorno”) a più antichi e consolidati valori e attività, per riprendere contatto con se stessi e con il mondo, ripristinando il giusto equilibrio con la Natura. Un modo sano di crescere – come ci ha insegnato la Storia – pur se faticoso. Ma è meglio un lavoro onesto, anche pulire i vetri ai semafori, piuttosto che non sbandare nelle attività illegali: droga, prostituzione, furti.

Occorrerà anche procedere ad una nuova edizione delle liste di collocamento partendo da presupposti diversi (detto elenco, ed il relativo computo, non possono recare dati drogati), distinguendo gli aspiranti per categorie: disoccupati, inoccupati, soggetti in cerca di prima occupazione, cassaintegrati, soggetti in mobilità, iscritti ai corsi di studio, non possono convergere un unico grande dato. Questo, sarebbe drogato per la complessità delle voci ma non sarebbe attendibile nel radiografare la realtà dei fenomeni. Si dovrà poi passare a convocare i soggetti, proponendo poi le possibili opportunità: tre tentativi; mi dici di no? Allora devo ritenere che tu non intenta lavorare, così che potrò passare ad un'altra persona che magari sarà felice dell'opportunità che potrà essergli prospettata; ma non potrai più godere di alcun sussidio, né essere più iscritto alle liste per un anno.

Modifiche fondamentali devono essere rivolte a rimodulare la CIG: le odierne esperienze stanno dimostrando che questo strumento, pur se applicato con fini importantissimi e utilissimo per affrontare situazioni di emergenza lavorativa (ma non tutte le situazioni, nel loro complesso: l'altra faccia della medaglia vedrebbe celebrata la morte della produttività nazionale e lo Stato impossibilitato a surrogare tale ruolo, peraltro posizionandosi come semplice erogatore di provvidenze. Ruolo che comunque si esaurirebbero rapidissimamente, segnando – questa volta sì – la fine del nostro sistema), dissangua risorse strategiche. Sarebbe forse meglio, allora, dirigere queste energie preziose in investimenti produttivi (chiedo scusa della specifica: é ovvio che investire in qualcosa di improduttivo appaia invero sciocco, ma mi sembra che in considerazioni del genere siano già scivolati illustri soggetti, troppo interessati a mantenere sacche di consenso con le tasche altrui) ove ri-collocare – previa quella nuova formazione cui mi riferivo prima, e che possa renderli idonei alle nuove mansioni – queste persone, questi lavoratori. Credo che chi ambisca lavorare per guadagnare e guadagnare per vivere e far vivere la propria famiglia, non sottilizzerà se oggi lavora nella meccanica e domani potrà lavorare – con i dovuti insegnamenti – nel tessile, ad esempio; penso che l'importante sia lavorare: é inutile l'attesa davanti ai cancelli chiusi di una fabbrica, che non si sa se e quando riaprirà i battenti. Mi spiego ancora meglio: ogni euro dato deve rappresentare un “investimento” diretto a creare non solo una parentesi di solidarietà ma, in concreto, indirizzato alla produttività; deve quindi essere un “investimento produttivo”. Allora c'è un significato sociale ancora maggiore che non l'esercizio della semplice solidarietà: tutto deve essere dimensionato alla crescita.

Ovviamente auspicabile, una forte spinta al settore dell'edilizia pubblica, mentre grandissima, concreta e rapida attenzione potrebbe essere rivolta ad un settore che mi sembra fin qui non trattato e che invece riguarda molti aspetti della nostra vita. Come noto l'Italia é un Paese sismico, e fin qui niente di nuovo; é noto che l'introduzione dell'obbligo di edificare con tecniche antisismiche è di fatto recente e riguarda il nuovo, trascurando il preesistente: e fin qui niente di nuovo; é noto che i movimenti tellurici non si sono certo esauriti e che anzi, si prevede che possano – pur se nel tempo - intensificarsi a causa dell'enorme spinta subita per il movimento/scorrimento verso N-NE della placca africana in contrasto con la placca europea, con pieno coinvolgimento del fronte italiano; é noto che la caldera ove insiste il Vesuvio, così come testimoniano i rilevamenti da satellite, é una bomba innescata che non sia sa quando deflagrerà: disastrosamente e con potenziale gran numero di vittime; é noto che i più recenti terremoti, pur se contraddistinti da indici energetici non disastrosi, hanno prodotto molti danni poiché sviluppatisi relativamente in superficie. Tutte cose note, come é noto che lo Stato ha messo a punto un automatismo sulla cui base, anche al verificarsi di terremoti con conseguenti danni, la leva fiscale scatta immediatamente alzando il prelievo a favore dello Stato sulla vendita dei carburanti: un rimedio, almeno in parte, ma non certo una soluzione. Allora, perché non lanciare una grande campagna affinché le “vecchie” case (basta lasciarsi alle spalle i centri cittadini e andare nei mille paesi e paesini d'Italia: proprio quelli tanto belli, ma con le case costruite “come una volta”, pietra su pietra, tufo su pietra, con calce e poco cemento, specie “armato” con tanto ferro) vengano irrobustite. Se la memoria non mi fa brutti scherzi, all'indomani del drammatico e disastroso sisma in Abruzzo, gli inviati che giravano da una città all'altra, da una paese ad una frazione, da un paesotto a un borgo, si imbatterono in una casa che aveva ben resistito: danni praticamente lievi mentre tutto intorno regnava la distruzione. Intervistato il proprietario, questi informò i cronisti che l'abitazione (se ben ricordo, una villetta ad un piano o due) era stata restaurata di recente e poiché si trattava di una vcchia struttura in pietra, in zona sismica, era loro venuto in mente di “irrobustirla”: larghe fasce perimetrali in ferro, rese tra loro solidali, a creare una sorta di gabbia; robusti reticoli elettrosaldati internei ed esterni per costituire un contenimento al “traballare” delle pareti in caso di sisma; rifacimento della copertura con materiali nuovi e più leggeri (per i pesi) ma con sistemi che, sempre nel malaugurato caso di un sisma, non collassassero ma fossero tenuti comunque sempre insieme. Mi chiedo: se venissero date rapide, concrete, direttive (dopo adeguato approfondimento da parte di soggetti esperti: potrebbe darsi che il mio “fanta-ipotizzare” abbia minor valore di un buco... nell'acqua!) l'Italia potrebbe diventare tutto un cantiere. Abitazioni molto più sicure, piccoli paesi che ritroverebbero una nuova realtà (che senso ha definire “centro storico” solo agglomerati di vecchie costruzioni, senza poterle neanche poterle manutenere perchè piene di vincoli e vincolini? Che senso ha avere paesi cui la poca assennatezza degli amministratori ha diviso in due, tre parti, sottoposte ora ai vincoli di un ente-parco ora a quelli paesaggistici ora di antrambi: con il pratico risultato che chi desiderava edificare ha abbandonato il “centro” (svuotandolo) per recarsi nell'area periferica (di fatto divenuta la new-town). Non sarebbe utile, ferma restando l'applicazione di semplici quanto corretti vincoli, dare la possibilità ai cittadini di ogni centro abitato di potersi pronunciare in una libera consultazione al fine di modificare gli attuali ed intangibili “piani regolatori” in più elastici “piani di fabbricazione”? Benefici: rilevanti, sotto il profilo della propulsione edilizia, delle opportunità originate da nuovi posti di lavoro, dai ritorni fiscali (incentivi con il meccanismo della detraibilità), eventuale emersione del “nero” dal momento che i lavori dovrebbero essere condotti da imprese “vere”, “registrate” e “fiscalmente” rilevate.

E' indispensabile che a corredo del mio pensiero, aggiunga una cosa: dove trovare

Una nota a parte – e ben più lunga e dettagliata potrebbe essere – la dedico alla trattazione degli impulsi che sembrano pervadere questo o quel soggetto politico, questa o quella parte politica, nella trattazione della tematica legata alla sfera dei diritti racchiusa nel concetto di ius soli. Utile e ovvia premessa é quella che non sussiste in me volontà discriminatoria o razzista o alternativo-ostativa della solidarietà. Ma è pur vero che per esercitare la solidarietà e quant'altro di bello/utile/valido/nobile possa esservi, occorre che la solidarietà sia prestata con animo intenso e disinteressato, ma anche che vi possa essere un ritorno nell'impegno: così che, chi riceve solidarietà, possa essere messo anche in condizione di poter esprimere analogo impegno. Ciò detto, e preso atto di quella che é la realtà sociale/economia/finanziaria/sanitari dell'Italia, con un drastica e drammatica revisione/riduzione dell'assistenza sanitaria (con moltissimi scosti diretti ed indiretti a carico del cittadino), non si può non prendere atto che sic rebus stantibus non possiamo garantire alcuna accoglienza in quanto non abbiamo né lavoro né pane neanche per i nostri figli (basta vedere le statistiche, comunque per difetto, delle famiglie al di sotto della soglia di povertà o al limite di essa), per cui sarebbe difficile se non impossibile sfamare/mantenere altri soggetti che intendano unirsi agli abitanti di questo nostro Paese. Parlandone chiaro pubblicamente, anche e soprattutto in sede di stampa estera, non ci possono essere fraintendimenti; del pari bisogna spiegare chiaramente che ogni risorsa disponibile deve essere rivolta alla popolazione ancor prima che agli “ospiti” cui – peraltro – ciò che può essere offerto in regime di assistenza neanche basta, visto che nell'ascoltarli tutti sono pronti a parlare di “loro diritti”, reclamandoli peraltro a gran voce, dichiarandosi spesso persino “trattati male” ovvero al di sotto di quello che “si aspettavano”. E' quindi inutile mantenere i costi assolutamente improduttivi dei vari “campi” così come non è più pensabile poter elargire provvidenze e benefici mensili a chi non è italiano, ma è pur sempre ospite – affatto temporaneo -: sarebbe meglio destinare queste risorse economiche ai figli d'Italia senza un lavoro o che non riescono a pagare le rette scolastiche o alle famiglie già in fascia di sopravvivenza, piuttosto che non continuare a “dare senza nulla avere” a chi disdegna comunque (è la storia a dirlo) il lavoro normale, preferendo riferirsi ad una visione di tipo tribale con un tipo di vita che per noi é impensabile ma che viene ricondotto ad una “loro diversa e opposta cultura”. “Cultura” - anzi pseudo-cultura – che dovrebbe essere da noi accettata: anche obtorto collo! Almeno Secondo i teoreti di una integrazione di fatto impossibile: già perché – anche questo é provato, oltre ogni ragionevole dubbio – il concetto di “integrazione” ovvero l'aspirazione alla stessa, é naufragato persino clamorosamente in ambito europeo (l'esperienza tedesca al riguardo ne fu un'anticipazione, neanche un po' presa in esame dalla nostra classe amministrativo/politica); i primi a dimostrare di non volersi integrare nelle realtà socio/politiche (intese nel senso più ampio del termine polis) ospitanti furono proprio gli immigrati/gli stranieri, che così costituivano dei loro nuclei compatti per etnia/fede/visione amministrativa/usanze, gestiti internamente con le stesse regole vigenti nel loro paese d'origine: spesso in contrasto quando non in conflitto con quelle dello stato estero ospitante. In sintesi: soggetti disposti a cogliere le opportunità di lavoro, capaci di far valere quei diritti che lo stato ospitante concede loro, ma fermamente intenzionata a mantenere i propri costumi, le proprie usanze, le proprie modalità di vita sociale/politica/religiosa.

Altro che “integrazione”!

Accantonato questo "sogno" a lungo accarezzato da certa intellighentia nostrana (quella ricca e nazional-popolare, quella demagoga e populista che non dividerebbe la sua casa con una famiglia rom..., quella che parla dei bisogni e della fame altrui mentre si titilla il palato con cibi e vini prelibati e costosi, quella che indossa abiti costosi e non dona un euro ai bisognosi, quella che si commuove per un disperato in cerca di lavoro o per un bambino malnutrito o per le pensioni da fame di centinaia di miglia di pensionati senza offrire un minimo contributo - salvo le tante morbide, umide, eccessive parole - alla "ricostruzione" di quest'Italia lacerata da divisioni, odi, incomprensioni, spinte ribelli) bisogna allora investire ancor di più nell'attuazione ottimale di una società “multirazziale”, con regole precise valide per tutte le parti interessate; soprattutto occorre fermare questa spirale perversa che assorbe risorse che potrebbero essere invece destinate agli italiani, ai disoccupati, ai giovani che cercano inutilmente lavoro! Non si può pensare di poter ancora sostenere quelli che sono dei “lussi”, ovvero “solidarietà mal indirizzata” verso chi non intende lavorare, non ha cultura del lavoro, preferisce delinquere in quanto fa parte delle proprie “usanze”, ma pretende di essere mantenuto, di avere questo o quel diritto, non avendo peraltro alcunché da perdere. Bisogna avere il coraggio di dire: fino a ieri si é potuto fare così, da oggi non é più possibile e quelle poche risorse che abbiamo dobbiamo indirizzarle verso gli italiani. Qui lavoro per ora non ce n'é, per cui è inutile che veniate in Italia – magari a rischio della vostra vita ed a caro prezzo -, non possiamo accogliervi, non possiamo sfamarvi, non possiamo darvi alcuna assistenza sanitaria (visto che l'abbiamo ridotta drasticamente agli stessi italiani), non possiamo darvi un tetto. Tutto qui: poi si vedrà, non appena la situazione migliorerà. Ciò che potremo fare, lo faremo a vostro vantaggio mandando aiuti nella vostra terra: anche perchè – e questo non è mai stato sottolineato abbastanza – le radici di ogni essere, di ogni popolo, vanno rispettate e salvaguardate; così, è più giusto aiutare questi nostri fratelli (sicuramente più sfortunati di noi: almeno secondo i nostri parametri) a crescere nella loro terra senza che debbano allontanarsi dai suoi valori, dalle sue tradizioni, dai suoi ricordi, piuttosto che accoglierli in un modo che in ogni caso non é soddisfacente. Penso, infatti, che non sia dignitoso - per questa gente che arriva, con troppe speranze e spesso con pretese proporzionali ad esse, e quindi sovradimensionate – essere mantenuti, sfamati, vestiti (tutte condizioni che rientrano nella comune definizione di “assistenza”): senza altri sbocchi, poiché é da tempo che non ve ne sono. La stessa cifra del loro “costo” giornaliero in Italia, qualora fosse resa loro disponibile nel loro paese d'origine, avrebbe sicuramente molto, molto, più valore e consentirebbe di poter “fare” più cose e maggiormente produttive.

Senza contare che, al di là della sensazione positiva ed i voli pindarici che il “bene” ed il “far del bene” ci fanno fare, la realtà di queste situazioni è drammaticamente sotto i nostri occhi: esistono dei racket che presidiano in modo capillare ogni settore della vita dei c.d. “extracomunitari” ( ma non solo!), dall'accattonaggio (anche con il coinvolgimento di minori), ai semafori, agli ambulanti, alle donne in strada e di strada, allo spaccio di stupefacenti, ai furti. Non si continui quindi a sostenere il leit-motiv propagandistico/elettorale sulla cui base tutta questa massa di soggetti costituisca una risorsa (ancor peggio se intesa quale rimpiazzo di soggetti italiani che, pur sostenendo di essere in cerca di lavoro... in realtà lo disdegnano): ho conosciuto splendide persone, straniere, che con dignità, forza e coraggio si impegnano quotidianamente in mille piccole attività; modeste ma affrontate sempre con dignità e onestà. Così come ci sono italiani onesti e italiani disonesti, anche tra gli stranieri/extracomunitari avviene ciò: e le male azioni degli uni non possono contagiare gli altri. Ma da qui a sostenere che tutti possano costituire (in positivo) una risorsa e che tutti vadano protetti o che tutti debbano beneficiare di assistenza e quant'altro, a prescindere da ogni altra possibile considerazione, é francamente un po' troppo. Specie in questo momento. Ed é una visione, la nostra, che il resto d'Europa non ha: l' Europa, a casa sua, non ama accogliere ad occhi chiusi chiunque si presenti sul proprio territorio; e faremmo bene a prenderne atto anche noi, operando di conseguenza. Aiuti ai bisognosi, sì; assistenza, sì: ma nella loro nazione, poiché non devono essere sradicati dal loro habitat naturale, dalla loro storia, dalle loro tradizioni, poiché crescendo lì potranno aiutare anche altri loro concittadini a superare analoghe difficoltà.
 
Roma, 18 Maggio 2013                                             Giuseppe Bellantonio
 (segue)


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venerdì 10 maggio 2013

TENTIAMO DI CAPIRE UN PO' DI QUESTA ITALIA IN QUESTA EUROPA - Parte I°


Le vicende di questa parte del 2013 hanno segnato l'Europa in modo talmente marcato che non é impossibile, anzi é molto probabile, che vi possano essere delle reazioni se non delle vere e proprie conseguenze. Certamente si pongono una serie di profonde riflessioni e di interrogativi.

Non tanto per entrare nel merito delle libere scelte esercitate democraticamente dalle forze politiche e dai popoli interessati – scelte che competono loro e circa le quali non spetta certo a me un qualche pronunciamento -, come pure non per meglio rendersi conto delle fortissime ragioni e proteste di quanti si fronteggiano sui vari temi e sui più diversi fronti.

Pur nella sintesi richiesta da questo tipo di format le riflessioni e gli interrogativi sorgono invece sulla scorta di un'analisi dei fatti, delle dinamiche in base alle quali essi si siano potuti determinare, sulle motivazioni politico-sociali che possano esservi a monte, sui riflessi che si determinano sul sentire religioso di ciascuno, sulle conseguenze che siffatte decisioni possono comportare: tanto nell'immediato, che nel breve-medio-lungo periodo.

In Francia, si é concluso un energico braccio di ferro tra amplissimi settori dell'opinione pubblica ed il Governo, con al centro il tema spinoso dei pronunciamenti – di segno squisitamente politico, anzi partitico – a favore delle coppie omosessuali. Queste tensioni sono certamente alimentate anche dalle crescenti preoccupazioni della popolazione sull'asprezza di una crisi finanziaria ormai troppo lunga e densa di pesanti incognite e persino pessimi presagi: preoccupazioni cui il Governo del socialista Hollande - al giro di boa del primo anno del proprio mandato - ha saputo fin qui dare risposte sufficientemente energiche anche sovrastando e scavalcando quella “terra di nessuno” che si allarga sempre più nel segnare il distacco della Germania (con la sua corte d'onore di damigelle nordiche) dalle altre realtà europee, specie a livello economico e finanziario, ancor prima che sociale.

Alle elezioni amministrative britanniche, il Partito per l’indipendenza guidato da Nigel Farage - che si prefigge l'obiettivo dell'uscita della Gran Bretagna dall’Europa – ha conseguito un'importante quanto inatteso successo.

In Islanda - dopo quattro anni di opposizione – la formazione anti-europeista guidata dal conservatore Bjarni Benediktsson, è approdata al locale Governo.

In Germania – una Germania pericolosamente prossima ad una fondamentale tornata elettorale, nella quale Angela Merkel pone in gioco se stessa, e che assaggia il sapore amaro di dati economici in flessione  e solo in questo ultimo mese in ripresa – cresce nei sondaggi il gradimento per il movimento Alternative für Deutschland : questo, propugna energicamente il ritorno al marco (pesante, ovviamente) ovvero ad un euro-pesante (un doppio binario, quello dell'Europa monetaria a due velocità, che sarebbe riservato ai virtuosi Paesi dell'Europa del Nord: un qualcosa che, per molti versi, già si nota).    Una Germania che ha fatto uno shopping intenso nei mercati compromessi di Italia, Spagna, Grecia e Cipro e che ha sottratto importanti fette di mercato alle esportazioni di questi Paesi: situazioni che difficilmente potranno essere recuperate, dal momento che chi ha conquistato/comprato queste nuove posizioni, difficilmente se le lascerà scappare. Anzi: potrà fare affidamento sulla Cancelleria a Berlino per poterle mantenere, a lungo.

Focolai di tensione quando non di aperta belligeranza, spesso con episodi tragici segnati da un elevato numero di vittime, sono attivi in molte, troppe, parti del Mondo: Iran, Iraq, Siria, Afghanistan, Egitto, Libia, Tunisia; tanto per citarne alcuni. Senza toccare poi quelli segnati da feroci lotte a sfondo etnico o religioso, con vere e proprie stragi di innocenti, colpevoli solo di praticare la loro fede.

E in Italia?

L'affermazione più cospicua del previsto che comunque il Movimento Cinque Stelle ha avuto alle recenti elezioni politiche - pur se contraddistinta dall'emergere di non trascurabili contraddizioni interne quanto di uno strano, ermetico (e per molti preoccupante) modo di porgersi e relazionarsi – é stata un segno inequivocabile della risposta – certamente più di pancia che meditata, così come indicata il ridimensionamento di cui agli ultimi sondaggi – che una cospicua parte di elettorato ha dato alle crescenti preoccupazioni dei Cittadini di fronte ad una situazione monetaria e finanziaria molto, molto preoccupante, segnata da una al momento irrefrenabile crescita del numero di inoccupati e disoccupati; da una drastica diminuzione dei redditi e del loro potere d'acquisto – e quindi dei consumi interni -; da una falcidia delle attività fin qui produttive – con crescente chiusura di aziende e società -; da un inasprimento delle condizioni del credito con difficoltà crescenti per le famiglie che hanno in essere un debito come pure di quelle che intendono contrarne.

Preoccupazioni diverse da Nazione a Nazione solo per le loro sfaccettature interne, ma che delineano sostanzialmente l'accrescersi delle preoccupazioni che una larghissima parte dell’elettorato europeo sta concentrando sulla crisi finanziaria e soprattutto sull'adeguatezza o meno delle “terapie” che l’ Unione Europea ha identificato per la gestione - e il controllo: vedasi le modalità dello svolgersi delle crisi di Grecia e Cipro – dei debiti sovrani dei Paesi membri, al pari del ferreo controllo sui deficit di bilancio.

Ma il panorama italiano sta offrendo anche altre situazioni, il cui verificarsi è sotto gli occhi di tutti: sono passati solo 5 mesi dall'inizio di questo extra-ordinario 2013, e accadimenti importanti ci hanno percorso.

Dalle dimissioni di Papa Benedetto XVI° alla sollecita nomina del Suo successore, Papa Francesco: un Pontefice non europeo, “prestato” dal Nuovo Mondo ad una realtà forse troppo “vecchia” e “logorata” da lotte intestine svoltesi a svantaggio del potere spirituale, eccessivamente mortificato da quello materiale e dal cedere – da parte di taluno – alle lusinghe di un protagonismo decisamente di tipo laico.

Dalla fine del settennato di S.E. il Presidente Giorgio Napolitano, alla sua storica riconferma e dell'altrettanto Sua coraggiosa accettazione in nome dell'interesse superiore del nostro Paese.

Dall'impasse in cui si è trovata la politica nel definire una compagine di Governo concretamente operativa, alla individuazione di una governance italica tutta nuova, basata su un Governo di scopo nel quale convergono forze politiche fin qui fortemente, e quasi “storicamente”, contrapposte.

Dall'avvenuta cancellazione d'un solo colpo – da parte di un elettorato evidentemente ben consapevole di ciò che stava facendo e delle potenziali conseguenze derivate dall'esercizio delle libere scelte di voto – di gruppi politici che da molti anni permanevano nel contesto politico italiano, alla vera e propria lezione-mortificazione impartita a moltissimi soggetti: forse troppo presi nel vedersi - fiori tra i fiori - in un campo di colorati papaveri piuttosto che non disposti a prendere atto della fine/condanna di un'epoca, di un modo di fare/disfare, di un modo di pensare/agire e del determinarsi di un nuovo ambito: di un nuovo recinto nel quale – almeno per ora – ben poche sono le rose profumate.

A tutto questo mutamento, peraltro affatto esauritosi, va ad aggiungersi in questi ultimi giorni la morte di S.E. Giulio Andreotti: per alcuni Figura controversa. Per lunghi decenni fu al centro della politica attiva nazionale ed internazionale; esponente di quel compromesso storico che portò l'Italia ad un efficiente Governo di solidarietà nazionale; ossequiato/temuto/consultato/rispettato da amici e non; abilissimo tessitore; vero statista - specie agli occhi delle Cancellerie internazionali, che non tralasciarono certo di apprezzarlo –; speculare punto di riferimento in una difficile realtà nazionale, anche alle prese con il triste fenomeno del terrorismo, e che nell'asse da lui rappresentato nella DC individuava l'asse del Paese.

Il compianto Presidente Francesco Cossiga ebbe a dire di lui che “rappresentava il popolo del Papa dentro la DC”: pur se la definizione può apparire a prima vista limitativa, é solo realista e ben si adatta a questo Personaggio. Andreotti fu comunque un punto di riferimento, che ebbe ad affrontare scomodissime contestazioni e che oggi vede l'operato della Sua vita – molti risvolti della quale non ci sarà mai dato conoscere, essendo appartenuti solo alla sua volontà ovvero alla sua coscienza – posto nelle mani di Colui al quale egli professava in modo costante ed intenso la sua fede. In ogni caso: la sua morte, rappresenta uno degli ultimi suggelli posti alla fine di un'epoca, di un'onda lunga iniziata subito dopo la Liberazione e protrattasi per ca. un sessantennio ed a fronte della quale nella politica italiana – alle prese oggi con un necessario quanto balbettante rinnovamento - é tuttora presente una gerontocrazia (ma anche una classe di politici che per mestiere ha fatto solo il... politico) che, pur se certamente titolare di competenze, non si é saputa dimostrare nel tempo pronta a superarsi, e quindi a rinnovarsi, attraverso una impostazione concreta e lungimirante piuttosto che non attraverso la scelta di utili gregari.  Così che -  nell'emergenza assoluta che oggi viviamo - mancano l'elasticità mentale e le giuste energie per procedere in modo rapidissimo e concreto alle giuste misure di tutela e salvaguardia.  Reagire solo a parole - e in ciò continuiamo a dare ragione a quanti, oggi, ci continuano a tacciare di essere solo dei polemist - non solo non basta, ma è persino irritante poterlo ascoltare: se mettessimo a decidere la (famosa) "casalinga di Voghera" sono sicuro che impiegherebbe meno a valutare ed a decidere, e sono altrettanto sicuro che adotterebbe delle valide misure sol perché adottate con la cura del boni pater familiae.

Chi ha avuto modo di leggere un mio recente scritto, avrà notato come io sia critico nella valutazione degli effetti di fondo che, originati con la Rivoluzione Francese del 1789, si sono potenziati con l'illuminismo e, in una sorta di reazione a catena, si sono protratti fino ai giorni nostri attraverso forme di laicismo prossime all'esasperazione. Una critica che anche recenti studi di illustri studiosi hanno sempre più evidenziato, specie nella ormai ineludibile constatazione che il “tipo” di sistema sociale-politico-economico che dal 1789 si è imposto, sviluppato e moltiplicato nelle varie Nazioni, ha oggi palesato vistose falle: al punto da poter prendere in seria considerazione che proprio gli eventi di questo inizio secolo siano in realtà il più concreto indizio che siamo nella fase finale di tale sistema.

Quella fase nella quale o si prende atto che il disordine prodotto in nome di questi principi è ormai superiore agli effetti dell'ordine – così predisponendo i più idonei correttivi, a livello globale -, o si rischia seriamente di venire travolti dagli effetti più devastanti di quello che non appare più il possibile, luccicante, laicissimo, “nuovo ordine” bensì la restaurazione di un “antico disordine” solo vestito con abiti nuovi e permeato dal losco alibi di volere il disordine (anzi: “i disordini” che possano abbattere ciò che esiste) per costruire una nuova realtà, e quindi per il bene del popolo. “Distruggere per costruire”, in estrema sintesi: e ciò cavalcando abilmente le proteste, sobillando facilmente animi comunque esacerbati, facendo da innesco ai propositi ribelli di gente ormai stremata da lunghi sacrifici ancorché da una profonda recessione, coltivando il complice appoggio di minoranze sociali ed etniche che in modo ormai radicato vivono alle spalle di quella società che criticano persino con violenza ma che però viene sfruttata abilmente.

Proprio la Francia – per tutta una serie di motivi che qui non é il caso di enumerare e più di altri Paesi, tra cui il nostro – ha rappresentato per l'Europa il punto avanzato, il laboratorio, in cui fermenti, idee e riforme sociali trovano fertile terreno e possibilità di concretizzarsi e, da qui, essere ri-lanciate verso l'esterno.

Al determinarsi degli eventi ha fatto da contrappunto un desiderio di rinnovamento che in molti tentano di "cavalcare": chi aizzando le genti con parole di fuoco esitando - però - a sostenere confronti diretti e liberi, chi tentando una revanche che la storia ha sempre negato, chi stimolando confronti tra strati sociali sempre più distanti tra di loro a causa di una crisi che - giorno dopo giorno - evidenzia colpe e responsabilità di chi, alla polveriera, ha appiccato il fuoco con le mani altrui.

Ma ciò che molti fanno finta di non vedere, e quindi di non apprezzare, è la grande fame di "credere", di “avere piena fiducia”, in qualcosa di stabile e definitivo da parte di chi - sedotto dal fascino perverso di chi predica l'individualismo, il materialismo e il più deteriore razionalismo - da lunghissimi anni si diletta a disgregare la famiglia; a indirizzare verso modelli di vita che una volta definire inaccettabili in quanto perversi e lussuriosi sarebbe stato dir poco; a spingere verso la libertà di uccidere e uccidersi, rendendo non più differibile la modifica delle attuali norme del diritto di famiglia (leggasi: separazioni, divorzi, convivenze, affidamenti, adozioni, innovazione mediante l'applicazione per legge di specifici contratti pre-matrimoniali idonei ad evitare futuri contenziosi) e delle norme a regolamento di aborto (troppo spesso confuso come un metodo anti-concezionale) ed eutanasia; a spingere verso appiattimenti sociali e culturali che partono da un sistema scolastico sempre più svuotato di contenuti fondanti per approdare in rivendicazioni urlate ma di inconcreto/impossibile approdo e che soprattutto, in quanto carenti di solidi-concreti-tangibili parametri di riferimento, espongono le menti più labili e le generazioni più giovani ad un qualunquismo di vita inutilmente e perversamente colorato dall'appeal della libertà di sesso, di sballo, di cedere alle lusinghe di facili ed equivoche frequentazioni in rete o per ficcarsi in discoteche non tanto per ascoltare musica bensì per "sballare" dalla realtà. Così che quelle che sono le nuove generazioni, sempre più precocemente sono di fatto spinte verso "braccia" - spesso immateriali - che più che alla "leggerezza dei pensieri", alla bella vita e al divertimento, li sospingono verso la morte. Oppio per la mente, quindi, probabile passaporto per la morte e ricchezza solo per trafficanti e spacciatori.

Ma quella di cui parlo é una morte che ancor prima che fisica, colpisce e inaridisce l'animo, stimola all'insoddisfazione e all'odio - anche verso se stessi -, fa diventare poltiglia il cervello, distrugge intere famiglie – spesso tardivamente attente se non indifferenti perché prese dal fascino di una equivoca concezione dei concetti di “libertà”, “conquista” e “modernità”.

C'è quindi questa ricerca di " aver fede" in qualcosa – o, meglio; nella “ri-scoperta” di qualcosa -, di "credere" in cose serie e concrete come pure in qualcuno; credere in qualcuno che, specie attraverso la parola e l'esempio diretto, ci metta in condizione di capire meglio, di comprendere, quasi di toccare con mano le possibili soluzioni ai nostri mali: che ancorché del corpo e dell'anima sono di quel "sé" che in pochi ancora ricercano con ostinata pazienza così da “ben comprendersi” per “meglio comprendere”.

La Massoneria - e qui parlo di quella "vissuta" e "interpretata" in Italia -, che pure avrebbe potuto e dovuto giocare un ruolo sociale e culturale (e nient'altro!) di tutto rilievo storico (cosa peraltro avvenuta all'epoca dei nostri Padri e dei nostri Nonni) ha smarrito ormai la coscienza e la consapevolezza del proprio ruolo soprattutto iniziatico e cavalleresco, dove seguire e rispetto le più antiche Tradizioni sarebbe stato sicuro punto di riferimento per offrire concreta testimonianza, ed esempio, di sani principi e di progetti di crescita: tanto individuale che collettiva. Soprattutto per le generazioni più giovani, spasmodicamente tese alla ricerca di certezze.

Motivo per cui, e non da oggi, sostengo che la Massoneria in Italia - nel suo complesso e così come oggi è ovvero appare essere - ha fallito il proprio compito, ha eluso il perseguimento della propria missione simbolico-ritualistico-iniziatica, ripiegandosi su se stessa per accontentarsi della pratica di modelli molto profani, forse più legati ad aspetti materiali/di potere come pure a un culto di immagine (anche individuale) e di ricerca di mondanità che, sostanzialmente, sono belli e persino roboanti ma fine a se stessi. Se "costruzione" c'è, essa avviene con materiali poveri e nel precipuo interesse della c.d. “dirigenza” dei singoli gruppi, al punto da non garantire pronostici fausti per il futuro e lasciando comunque la bocca amara in quegli Iniziati che desidererebbero operare con solennità, serietà, serenità, giubilo e intimo beneficio nell'ambito di un progetto comune definito, conosciuto, accettato e condiviso.

Solo così gli ideali possono far maturare delle idee; solo così le idee possono diventare progetti; solo così i progetti possono divenire a loro volta programma; solo così si può passare dal programma al programma pratico, attuato attraverso un'attività fraterna e quindi in armoniosa collegialità. Quel concetto di “armonia” di cui dovremmo avere una certa qual cognizione, se abbiamo approfondito almeno un pò gli insegnamenti del grande Maestro Pitagora.

Come accennavo in apertura, il rischio che in tutta Europa possano diffondersi energici sentimenti e movimenti anti-europeisti è ormai realtà; tutto sta a non farli radicare, trovando ed applicando rapidissimamente i necessari (e facilmente individuabili) correttivi: non più eludibili.

Diversamente, l'Europa rischia di divenire terreno di scontro non solo dialettico: con grave regresso sociale ed economico, facile innesco al ritorno di nazionalismi, populismi e alimentazione di tentazioni ribelli. Un'Europa dominata da una bestia mostruosa e dalle mille teste, che si chiamano: disoccupazione, crescente disaffezione dalla politica e crescente caduta di fiducia nella classe politica, stagnazione quando non recessione, insicurezza sociale, dissesto finanziario ed economico, clima di pesante incertezza con l'insorgenza di una triste logica di sopravvivenza. Certamente, il fenomeno è complesso: è costituito dallo stratificarsi, nei luoghi e nel tempo, di molte situazioni: ma le miopie gestionali e amministrative dei politici, il trionfo degli egoismi soggettivi (ma anche a livello di Paesi...), la mancanza di una visione prospettica e quindi della pianificazione di possibili scenari futuri, non sono sufficienti a colmare il desiderio di spiegazioni, di chiarimenti, dei cittadini, dei popoli, delle nazioni.

E' questo il terreno ideale perché l'euro-scetticismo trovi fertile terreno e possa radicarsi, per trasformarsi in stizzoso e altezzoso nazionalismo. Sta traballando pericolosamente l’architettura dell'Unione, così come essa é oggi; la creazione di un unico organismo - di uno Stato-nazione con il suo ordinamento giuridico, le sue gerarchie, i suoi valori – si é pericolosamente arenata in prossimità di pericolosi scogli, rischiando di frantumarsi: tanto è oggi viziata da mescolanze di speciosi costrutti dialettici e normativi (dietro i quali si celano interessi particolari: di certo di segno opposto ai concetti a noi noti di “europeismo”).
 
Roma, 10 Maggio 2013 
(segue)                                                             Giuseppe Bellantonio

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