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mercoledì 20 giugno 2018

MASSONERIA, MASSONI E COSTITUZIONE REPUBBLICANA...


Dall'Ill.mo e Fraterno Amico VIRGILIO GAITO - personaggio tra i più trasparenti e capaci che la Massoneria Italiana abbia contemplato a cavallo tra il XX° e XXI° secolo - riceviamo e volentieri pubblichiamo.  Per motivi tecnici, l'articolo è qui riprodotto integralmente ma carente delle immagini di corredo. Ce ne scusiamo con l'Autore, VINICIO SERINO.

Massoneria, Massoni e Costituzione repubblicana. 
Valori e contaminazioni.
                                                 di Vinicio Serino

Massoni tra i (magnifici) 75
Tra i componenti della Commissione dei 75, l’organo incaricato di elaborare e proporre il progetto di Costituzione repubblicana,  almeno cinque erano massoni. Il più famoso era Meuccio Ruini, uomo politico, storico, giurista, studioso di economia, presidente della stessa Commissione, futuro presidente del Senato nel tempo “caldo” della “legge truffa”. “Eccolo l’edificio che abbiamo costruito: la casa comune”, ebbe a dire del nuovo ordinamento nato dopo la Dittatura. Un linguaggio non ignoto ai Liberi Muratori, da sempre impegnati nella costruzione del proprio tempio interiore. E di quello di Salomone …

Tra i settantacinque c’era anche il latinista Concetto Marchesi, comunista di ferro, colui che, secondo la vulgata, avrebbe steso la condanna a morte di Gentile, in realtà opera di Girolamo Li Causi. Massimo Teodori ha definito Marchesi "supposto fratello" e Luciano Canfora nel suo libro "La sentenza“ ne ha avallato la massonicità (Canfora, 2005). Canfora rimanda alla chiusa di un articolo de la “Libera stampa” di Lugano del 24.2.1944 nel quale Marchesi rispondeva all’invito alla pacificazione nazionale avanzato mesi prima da Giovanni Gentile :”No: è bene che la guerra continui … Rimettere la spada nel fodero, solo perché la mano è stanca e la rovina è grande, è rifocillare l’assassino. La spada non va riposta, va spezzata. Domani se ne fabbricherà un’altra? Non sappiamo. Tra oggi e domani c’è di mezzo una notte ed una aurora”.

Ma  in un altro periodico della Resistenza, “Nostra lotta”, Girolamo Li Causi cambiò il testo: “La spada non va risposta finché l’ultimo nazista non abbia ripassato le Alpi, finché l’ultimo traditore fascista non sia sterminato. Per i manutengoli del tedesco invasore e dei suoi scherani fascisti, senatore Gentile, la giustizia del popolo ha emesso la sentenza: morte”. La differenza tra i due testi è evidente, esplicita la seconda, criptica la prima. Aldo Mola sostiene che non esistono prove della massonicità di Marchesi, per altro noto per il suo stalinismo. Forse la fama di libero muratore Marchesi se la conquistò quando, disobbedendo a Togliatti, si espresse contro l'art. 7 della Carta Costituzionale , la norma che manteneva nell’ordinamento repubblicano i Patti Lateranensi (Mola, 1992).
L’operazione di spezzare la spada sembra rimandare al rito praticato dalla assemblea dei dignitari del Grande Oriente di Francia il 13 Maggio 1793 quando Filippo d’Orleans si ritirò dalla sua dignità di G.M. perché in una repubblica “non vi deve essere alcun mistero né alcuna riunione segreta”. Alla rottura della spada l’assemblea si manifestò con una batteria di lutto segno, appunto, che l’ormai ex G.M. era da considerarsi morto, almeno ritualmente (Clavel, 1843).

Calamandrei e l’aria della libertà
Altro nome (illustre) in ballo per la sua appartenenza libero-muratoria è quello di Piero Calamandrei. Lo sostiene, tra gli altri  M. Ghezzi. Il suo partito, il Partito d'Azione, dice appunto M. Ghezzi, come il Partito Repubblicano, il Partito Socialista aveva “fortissime presenze massoniche”.

Calamandrei, insigne giurista, ordinario di procedura Civile a Siena e Firenze, fu sodale di Giovanni Amendola e dei fratelli Rosselli, componente della commissione per il nuovo codice di procedura civile, membro del CNL, uomo politico militante nel partito d’Azione prima, tra le varie componenti del Socialismo liberale poi …
In un celebre discorso sulla Costituzione tenuto nel Gennaio del 1955 alla Umanitaria di Milano Calamandrei ebbe a dire, rivolto ai giovani, che “… la libertà è come l’aria. Ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni … sulla libertà bisogna vigilare, vigilare dando il proprio contributo alla vita politica …” Aggiungendo: ”E vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia”, ma “di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, vigilare dando il proprio contributo alla vita politica … Quindi voi giovani alla Costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come vostra; metterci dentro il vostro senso civico, la coscienza civica; rendersi conto (questa è una delle gioie della vita), rendersi conto che ognuno di noi nel mondo non è solo, che siamo in più, che siamo parte, parte di un tutto, nei limiti dell’Italia e del mondo …”
Celebre e continuamente citata la lapide ad ignominia dettata da Calamadrei in memoria del partigiano Duccio Galimberti, del Corpo Volontari della Libertà e collocata nell'atrio del Palazzo Comunale di Cuneo in segno di  protesta per l'avvenuta scarcerazione del criminale nazista A. Kesserling, comandante delle forze di occupazione tedesca, condannato a morte per l’eccidio delle Fosse Ardeatine e rimesso in libertà già nel 1952. Kesserling aveva spavaldamente sostenuto che gli italiani avrebbero dovuto erigere in suo onore un monumento per quanto aveva fatto di bene nei diciotto mesi dell’occupazione … E Calamandrei così gli rispose.
Lo avrai
camerata Kesserling
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
 riposano in serenità
non colla neve violata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio dei torturati
più duro d’ogni macigno
soltanto colla roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade se vorrai tornare
ai nostri posti ci troverai
morti e vivi con lo stesso impegno
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama
ora e sempre
RESISTENZA.

La lapide in memoria del partigiano Duccio Galimberti
Quella pietra su cui costruire il monumento che avrebbero eretto gli italiani finalmente liberati proveniva (anche) dai cantieri libero-muratori.
Continua Calamandrei “… quando leggo nell’art. 2: «l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica, sociale»; o quando leggo nell’art. 11: «L’Italia ripudia le guerre come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli», la patria italiana in mezzo alle altre patrie … questo è Mazzini!...
O quando io leggo nell’art. 8: «Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge», questo è Cavour! O quando io leggo nell’art. 5: «La Repubblica una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali», questo è Cattaneo! O quando nell’art. 52 io leggo a proposito delle forze armate: «l’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica», esercito di popoli, ma questo è Garibaldi! E quando leggo nell’art. 27: «Non è ammessa la pena di morte», ma questo è Beccaria! Grandi voci lontane, grandi nomi lontani …” non ignoti al mondo delle logge …
Da notare che questo illuminante discorso di Calamandrei fu tenuto alla Umanitaria di Milano, Ente morale costituito grazie al lascito testamentario del massone Prospero Moisè Loria, mecenate mantovano, “che con l’aggettivo ‘umanitaria’ non intendeva una semplice assistenza sotto forma di beneficenza, ma un’assistenza operativa, che fosse in grado di mettere i diseredati, senza distinzione, in condizione, di rilevarsi da sé medesimi, procurando loro appoggio, lavoro ed istruzione” (http://www.umanitaria.it/). Un tempio del pensiero laico e massonico che ancora oggi contribuisce al progresso delle genti ed alla emancipazione degli individui.

Cinque più due
Ed ecco tra i magnifici settantacinque le teste massoniche:
Eduardo Di Giovanni, avvocato, in rappresentanza del PSLI, nel dopoguerra G.M. onorario;
Giovanni Conti, avvocato e giornalista, in rappresentanza del Gruppo Repubblicano;
Vito Reale, avvocato, ministro dell’interno nel Governo Badoglio del Regno del Sud, in rappresentanza dell’Unione Democratica Nazionale;
Mario Cevolotto, avvocato, ministro nei governi Bonomi, Parri e De Gasperi, in rappresentanza della Democrazia del lavoro;
Oltre al già citato e più noto Meuccio Ruini. E poi, tra i cinquecento dell’Assemblea, Ugo Della Seta, storico della filosofia e allievo di G. Bovio, e Randolfo Pacciardi. 
Questi uomini erano transitati tra le colonne delle logge, imbevuti di molte delle idee che quelle logge animavano, almeno dalla costituzione della Massoneria moderna, fondata il 24 Giugno del 1717 in Inghilterra sul fecondo humus culturale ed iniziatico delle antiche corporazioni dei costruttori di cattedrali.
Queste idee avrebbero costituito il fondamentale punto di riferimento per Domizio Torrigiani, l’ultimo Gran Maestro prima dello scioglimento della Massoneria da parte del Fascismo. “Se la nostra colpa” scriveva Torrigiani a Mussolini all’indomani della devastazione dei templi massonici avvenuta nel settembre 1924, “è quella di rimanere custodi fedelissimi … delle grandi idee … della libertà, della sovranità popolare … della autonomia dello Stato contro le ingerenze della gerarchia ecclesiastica, della giustizia dovuta egualmente e sempre a tutti … allora codesta colpa, nonché respingerla, io la rivendico per i miei fratelli e per me con fiero e geloso amore”. Libertà, individuale e di associazione, sovranità popolare, autonomia, ossia laicità dello stato, giustizia eguale per tutti sono i principi ispirativi del nostro ordinamento costituzionale …

Tolleranza e tolleranti
Come è noto il primo valore del massone è la tolleranza e la Massoneria è un metodo, una strada attraverso la quale si perviene alla conoscenza che si conquista con la riflessione, il dialogo, la discussione …“pur nel rapido mutare delle cose” vi è sempre un punto fermo: la “legge del dialogo” (Calogero, 1953). Tutto è discutibile, persino la scienza … Nessuno possiede la verità …
Si attribuisce al massone Voltaire, iniziato alla verde età di 84 anni, la più celebre definizione di tolleranza: “Disapprovo ciò che dici, ma difenderò sino alla morte il tuo diritto di dirlo”.

Tolleranza non è sopportazione dell’altro, ma impegno etico “ad agire in modo da predisporsi … a promuovere la propria diversità”, e “ad accettare quella dell’altro all’interno di una reciprocità di atteggiamenti di rispetto, di apprezzamento e di confronto come coadiutore del suo bene e di quello comune” (Bianca,1997).
Curioso. La parola tolleranza non compare nella nostra carta costituzionale, ma il senso vero della tolleranza massonica, che sfocia nel valore (massonico) della fraternità, si può ritrovare nell’art. 3. “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche  di condizioni personali e sociali. E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Quell’impegno a rimuovere gli ostacoli che di fatto impediscono il completo sviluppo della persona umana ha molto a che fare con l’idea di fraternità massonica che può essere, almeno in linea di massima, declinata attraverso il valore e la pratica della solidarietà. Rimuovere quegli ostacoli è l’essenza stessa dello stato welfare, lo stato che non è solo garante della sicurezza interna e guardiano delle frontiere, ma tutore dei diritti dell’Uomo – e non solo del cittadino – della sua vita, del suo benessere, della sua salute. L’idea di un ordinamento che eroga formazione; previene, cura e riabilita i corpi malati; sostiene con la previdenza pubblica quando il soggetto non è più in grado di assicurarsi un reddito dignitoso sta tutta nel secondo comma dell’art. 3.
La fraternità massonica è bene espressa da Friederich Schiller, poeta, drammaturgo, massone autore dell’ Inno alla gioia, quello della IX Sinfonia di Beethoven: “ Gioia, bella scintilla divina, figlia degli Elisei, noi entriamo ebbri e frementi, celeste, nel tuo tempio … Abbracciatevi, moltitudini! Questo bacio vada al mondo intero Fratelli, sopra il cielo stellato deve abitare un padre affettuoso … Cercalo sopra il cielo stellato! Sopra le stelle deve abitar “.

Conquistare la libertà e ascendenze ideali
“Nello  sforzo di conquistare stabilmente la libertà e di ancorarla ad una sfera di valori alti”, scrive Ruini nella sua Relazione al Progetto di Costituzione, “convergono correnti profonde: dalle democratiche fedeli agli ‘immortali principi’ e dalle liberali che invocano ‘la religione della libertà’; alla grande ispirazione cristiana che rivendica a sé la fonte eterna di quei principi ed all’impulso di rinnovamento che muove dal Manifesto dei comunisti e che, per combattere lo sfruttamento di una classe da parte di un’altra, risale alla liberazione dell’uomo dal giogo dell’uomo; e cioè ai suoi inalienabili diritti” (Ruini, 1947).
Queste correnti profonde erano circolate in abbondanza nelle logge massoniche, con gli immortali principi della immortale Rivoluzione del 1789. Libertà, eguaglianza, fraternità sono i tre fondamentali valori iscritti nel tempio massonico, posti immediatamente sopra al trono del maestro venerabile … Le tre parole “magiche” della immortale Rivoluzione del 1789.

Religione della libertà, “che rende forti i cuori e illumina le menti e redime le genti e le fa capaci di difendere i loro legittimi interessi “, è frase di B. Croce, per altro non molto benevolo verso la Massoneria. Prima di lui G. Mazzini aveva accostato la categoria della religione a quella della libertà. “La libertà è sacra come l'individuo, del quale essa rappresenta la vita. Dove non è libertà, la vita è ridotta ad una pura funzione organica. Lasciando che la sua libertà sia violata, l'uomo tradisce la propria natura e si ribella contro i decreti di Dio”(Mazzini, 1860).
L’ispirazione cristiana della Costituzione si ritrova nell’art. 2 : “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. E’ il principio personalista per il quale, afferma C. Mortati, costituente, insigne costituzionalista, democristiano,“… l’uomo non è in funzione dello stato ma quest’ultimo in funzione dell’uomo, nel senso che suo fine è di assicurare lo svolgimento della persona umana  e di garantirne i diritti, e che pertanto questi sono inviolabili  …” (Mortati, 1967).  Si tratta, dice mons. Forte, della esplicitazione giuridica del principio cristiano de “l“Esse in”, ovvero il principio della singolarità e dell’uguaglianza: l’irripetibile dignità di ogni persona umana …” (Forte, 2012) 
In maniera molto più esplicita e, in tempi non sospetti, l’Assemblea Nazionale dei rappresentanti del popolo francese aveva riconosciuto e dichiarato, già il 26 agosto 1789,“in presenza e sotto gli auspici dell’Essere Supremo, i seguenti diritti” inalienabili e imprescrittibili “dell’uomo e del cittadino:
            Art. 1 – Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull’utilità comune.
            Art. 2 – Il fine di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali ed imprescrittibili dell’uomo. Questi diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all’oppressione” …
E’ certo l’influsso marxista nella costituzione, soprattutto nella parte relativa ai “Diritti e doveri economico-sociali”, tra i quali tutela del lavoro; organizzazione sindacale; assistenza e  previdenza; diritto di proprietà, con relativi “limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti” (art. 48). Eppure anche qui si avverte l’influenza di antichi campioni massonici, come Andrea Costa, già seguace dell’anarchico e massone Bakunin, uno dei fondatori del Partito socialista, nonché G.M. aggiunto del GOI, forgiatore  di una intera generazione di socialisti che, coraggiosamente,  lavorarono tra le colonne del Tempio per il riscatto della classe operaia.

E poi c’è la lunga e gloriosa tradizione delle Fratellanze artigiane, nate nella seconda metà dell’800 su iniziativa di fratelli fervidi patrioti. “Per iscopo ha il mutuo soccorso fra i suoi membri … il favorire la educazione e istruzione degli operai ed il concorrere a tutto quanto può essere utile alla famiglia ed alla patria”. Così recita l’art. 4 dello Statuto che, ancora oggi, governa la Fratellanza Artigiana di Livorno, sorta il 25 Agosto del 1861, e posta da subito sotto gli auspici di Giuseppe Garibaldi, “Gran Primato Benemerito”.
Un’altra importante battaglia condotta tra le colonne massoniche anticipa i valori repubblicani. Una battaglia condotta da Salvatore Morelli, repubblicano irriducibile, massone che, fin dal 1861, aveva fermamente sostenuto l’emancipazione della donna in un tempo in cui quella che oggi si chiama “disparità di genere” era, soprattutto nella dimensione culturale, diffusissima e praticata. Nella sua opera  “La donna e la scienza o la soluzione del problema sociale”, scritta, come dichiara lui stesso, per ricostruire la società attraverso la rigenerazione della famiglia, sostiene con fermezza che il “primato che apparentemente l’uomo esercita sulla donna è una usurpazione della forza sul dritto, è un grossolano controsenso, che ripugna alla logica indagatrice del vero.”
In nome del superamento di questo “controsenso “ e del riconoscimento del buon diritto della donna ad una esistenza in grado di innalzarla “sul seggio  della dignità ed a rigenerarla mercè la vera scienza”, Morelli si rivolge allora alle sue connazionali, che si sono così distinte nel propugnare “la libertà e l’unità della patria”, preludio alla “grande libertà ed unità del genere umano” perché, approfittando del momento in cui “l’Italia volge a migliori destini”, si impegnino nell’azione rivendicatrice, nel riconoscimento della agognata libertà . Nonostante l’impegno profuso, la battaglia per l’emancipazione femminile non sarebbe stato affatto vinta e la condizione di minorità della donna sarebbe rimasta tale ancora per molti decenni, essendo rimossa, per altro solo formalmente, con l’avvento della Repubblica prima e con la promulgazione della Carta Costituzionale poi.
Annotando il fallimento del generoso tentativo di Morelli, Giuseppe Mazzini amaramente constatava: “L’emancipazione della donna sancirebbe una grande verità base a tutte le altre, l’unità del genere umano, e assocerebbe nella ricerca del vero e del progresso comune una somma di facoltà e di forze, isterilite da quella inferiorità che dimezza l’anima. Ma sperare di ottenerla alla Camera come è costituita, e sotto l’istituzione che regge l’Italia [la monarchia] è, a un dipresso, come se i primi cristiani avessero sperato di ottenere dal paganesimo l’inaugurazione del monoteismo e l’abolizione della schiavitù”.

Segreti (di Pulcinella)
Infine la (spinosa) questione sulla natura di associazione segreta della Massoneria. Come è noto l’art. 18 dispone: “I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale. Sono proibite le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare”. Il tema viene continuamente riproposto, quasi sempre a sproposito, da improvvisati e/o interessati denigratori delle idealità massoniche.
Quando la norma era in fattura il massone U. Della Seta, l’antico allievo di Giovanni Bovio, Gran Maestro aggiunto dal 1946, che conosceva i suoi polli, propose l’inserimento di questo comma di forte valenza interpretativa, in sostituzione dell’attuale secondo comma. “Sono proibite quelle associazioni che, per tener celata la loro sede, per non compiere nessun pubblico atto che accerti della loro esistenza, per tener celati i principî che esse professano, debbono considerarsi associazioni segrete e, come tali, incompatibili in un disciplinato regime di libertà. Sono proibite, altresì, quelle associazioni che perseguono anche indirettamente scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare” (Della Seta, 1947).

“Quando la libertà è un mito”, motivava la sua posizione Della Seta, “quando un delitto è il pensiero, quando anche uno sguardo, anche un sospiro è sospetto, allora le anime fiere e generose si raccolgono nell'ombra e da quell'ombra scaturiscono le primi luci annunciando l'aurora della libertà”. Si riferiva alla (benemerita) azione cospirativa della Carboneria. “Ma quando siamo in democrazia, quando la libertà non è un mito, quando libera la parola può farsi ascoltare dalla cattedra, dalla tribuna, nel foro, quando la stampa su tutto e su tutti può esercitare il suo diritto di critica, allora le associazioni segrete, di qualsiasi colore e di qualsiasi genere, rosse o nere, laiche od ecclesiastiche, non hanno alcuna ragione di essere …” Il divieto è stato consacrato nella Carta Costituzionale ma per Della Seta, era bene essere il più possibile precisi, per evitare che domani qualcuno potesse “colpire di traverso, senza nominarla, una qualche associazione ritenuta erroneamente segreta”. Appunto la Massoneria …
Di qui l’esigenza di definire cosa è segreto e cosa no. “… ad impedire che taluno — e questo taluno potrebbe essere un uomo di Governo, un uomo di parte, un partito o una chiesa — sotto la maschera di fare appello al rispetto della Costituzione, possa domani farsi iniziatore, in pieno regime repubblicano, di una nuova azione reazionaria e liberticida, la triplice necessità, morale, giuridica e politica, di ben precisare quali siano le note, onde una data associazione possa o no ritenersi segreta …”
Non ci fu verso. Ci volle la legge Anselmi, promulgata, in piena vicenda P2, il 25 gennaio 1982. “Si considerano associazioni segrete, come tali vietate dall'articolo 18 della Costituzione, quelle che, anche all'interno di associazioni palesi, occultando la loro esistenza ovvero tenendo segrete congiuntamente finalità e attività sociali ovvero rendendo sconosciuti, in tutto od in parte ed anche reciprocamente, i soci, svolgono attività diretta ad interferire sull'esercizio delle funzioni di organi costituzionali, di amministrazioni pubbliche, anche ad ordinamento autonomo, di enti pubblici anche economici, nonchè di servizi pubblici essenziali di interesse nazionale …” Il resto è storia recente.
In fine
“Il massone è chiamato a procurare la felicità della specie umana, promuovendo e accelerando il perfezionamento intellettuale, morale e politico della medesima” dice Gian Domenico Romagnosi, giurista, filosofo, fisico, collaboratore de Il Conciliatore, sodale di Silvio Pellico e di Pietro Maroncelli, libero muratore, membro della Loggia Reale Giuseppina all’Oriente di Milano.

 Bibliografia
      Bianca  M., Tedeschi E., a cura di, Etica della tolleranza, Firenze 1997;
      Calamandrei P., Discorso sulla Costituzione, sta in www.memoteca.it;
      Calogero G., Il futuro e l’eterno, sta in La cultura, fasc. 6. Novembre 1953;
      Canavero A., Ghezzi M., Alle origini dell’Umanitaria. Un moderno concetto di assistenza nella bufera sociale di fine ‘800, Milano 2013;
      Canfora L., La sentenza, Palermo 2005;
      Clavel F.T.B., Histoire pictoresque de la Franc-Maconnerie et des sociétés secretes ancienne et modernes, Paris 1843;
      Forte B., Centralità della persona, etica della responsabilità e della solidarietà: valori fondanti della Costituzione e della vita, in didatticaediritto.it, 2012;
      Francini M.,  Balli G.P., Il Gran Maestro Domizio Torrigiani (1876-1932), Pistoia,  2004;
      Mazzini G., Doveri dell'uomo : pensiero ed azione, Dio e il popolo, Forlì 2005; 
      Mecacci L., La Ghirlanda fiorentina e la morte di Giovanni Gentile, Milano 2014;
      Mola A. A., Storia della Massoneria italiana dalle origini ai nostri giorni, Milano 1992;
      Morelli S., La donna e la scienza o la soluzione del problema sociale, Napoli 1862;
      Mortati M.. Istituzioni di diritto pubblico, voll.2, Padova 1967;
      Ruini M., Progetto di Costituzione della Repubblica italiana. Relazione del Presidente della Commissione, Atti parlamentari, Roma 1947.




sabato 10 dicembre 2016

SOLILOQUI DI NATALE

L'Ill.mo e Risp.mo Fratello Virgilio Gaito - già unanimemente apprezzato Gran Maestro del GOI - lo scorso anno aveva avuto la cortesia di inviarmi una nota nel cui contesto evidenziava con enfasi le grandi qualità - descrittive e di contenuto - del grande Fratello Giovanni Papini.
Ebbe così a segnalarmi i 'Soliloqui di Natale' scritti da Giovanni Papini, che qui ripropongo ai miei Lettori, certo che sapranno trarre dalla loro lettura quegli elevati insegnamenti ivi soffusi con sublime maestrìa dall'Autore, peraltro particolarmente evidenti in questo periodo natalizio.
Buona lettura e ancora grazie al Gran Maestro Virgilio Gaito per la fraterna amicizia che mi riserva, e per la stima - peraltro assolutamente reciproca - con cui si compiace di discettare con me dei temi a noi iniziaticamente ed esotericamente cari, mai tralasciando di ricordare i contenuti e l'esempio nell'opera degli Alti Spiriti che ci hanno preceduti nell'arduo percorso terreno, non quella grande eredità storico-iniziatica lasciataci dal compianto Gran Maestro Francesco Bellantonio, la cui eccellente Figura è ad entrambi molto cara. 
Buona lettura, quindi.
Roma, 10 Dicembre 2016
Giuseppe Bellantonio


GIOVANNI PAPINI
 Soliloqui di Natale


IL LOCANDIERE


Anche se mi fosse rimasta una camera libera, non l'avrei data davvero a quella coppia lì.
Gente sospetta. Hanno detto di essere marito e moglie, ma io non sono nato ieri e non me la danno ad intendere.
Lui è troppo vecchio e lei è troppo giovane. E siccome è incinta …
Forse è il padre che l'ha portata via dal suo paese per sfuggire lo scandalo.
Ma il mio è un albergo onorato e qui non voglio parti clandestini.
D'altra parte non mi pare che la tratti come figliola. Quel vecchietto la guarda come fosse una cosa santa e quasi con riverenza.
Forse un servitore fidato che s'è preso questa bella incombenza... In ogni modo marito non è.
E lei con quell'aria innocente e casta come se non si vergognasse di nulla....e dev'essere agli ultimi giorni.
Quando si dice le apparenze… Vai a fidarti delle donne! Pare una verginella e sta per essere madre. Alla larga!
E poi, come se non bastasse, puzzano di miseria lontano un miglio. E in casa mia poveri non ne voglio.
Sarebbero capaci di piantarsi qui per un mese, colla scusa della partoriente, e alla fin del salmo sentirsi dire che non hanno abbastanza denari per pagare il conto. Se fossero arrivati con dei bei vestiti e colla borsa pregna forse un posticino l'avrei potuto trovare anche per loro.
Il garzone poteva andare a dormire a casa dei suoi fratelli, per qualche notte...
Quando c'è l'oro di mezzo tutto s'accomoda. Ma lì non c'è bene.
Lei ha un vestitino alla buona che mi vergognerei di metterlo alla mia moglie e lui un mantelluccio liso che deve aver più anni di chi lo porta.
E c'è il pericolo che gli urli di lei e i pianti del bambino dessero noia agli altri viaggiatori.
Bel sollievo trovarsi l'albergo vuoto per colpa di due vagabondi misteriosi!
Assicurano che son galilei, ma il proverbio dice che dalla Galilea non può venir nulla di buono.
Ho fatto proprio bene a mandarli via! Un buco in qualche posto lo troveranno di certo, prima che sia notte.




IL PADRONE DELLA STALLA

Ormai ho detto di sì ma quasi quasi mi pento …
All'albergo non li hanno voluti, non sapevano dove batter la testa...
Son debole: mi son lasciato commuovere, specialmente da lei, con quel viso umile eppur appassionato, con quegli occhi di bambina venuta da un mondo più chiaro del nostro.
E sembra che porti un gran segreto stretto al petto come un'altra porterebbe un mazzo di fiori.
Così innocente, candida, pura che pare impossibile debba partorire da un momento all'altro...
Non ho avuto il coraggio di mandarla via, di notte, in quello stato: forse ho fatto male ma non c'è più rimedio.
Si son seduti nella stalla, in silenzio; come se pregassero senza parole o aspettassero un miracolo.
Anche il vecchio pare una persona per bene. Assiste quella donna con tanti riguardi come se lei fosse una regina e lui un signore diventato uno schiavo.
Non capisco nulla. Girano il mondo soli, senza un servitore, senza una donna che possa porgere aiuto a questa fanciulla che sta per soffrire...
Come mai saranno partiti proprio agli ultimi giorni della gravidanza? Portare quella poveretta per le strade, in questo mese freddo, e in quelle condizioni, non è da uomo di giudizio. Insomma non ho avuto il coraggio di mandarli via sconsolati.
La stalla è vecchia e sudicia ma per lo meno hanno un po' di tetto sopra il capo e le bestie un po' di caldo lo fanno.
Anche se ho sbagliato l'ho fatto a fin di bene: il Signore non mi castigherà.
Mi son sentito come spinto da una voce dentro a ospitare questi due poveri spersi.
E anche il Libro comanda d'albergare i pellegrini abbandonati.
Dio voglia che tutto vada a finir bene per loro e per me!




IL PASTORE RIMASTO INDIETRO

Che furia, i miei compagni, appena hanno parlato con quei giovani sconosciuti!
Io son più vecchio e non posso correr come loro ma, in compenso, conosco il mondo un po' meglio di loro.
Chi saranno quei giovinetti luminosi? Qui nel paese non si sono mai visti. Dunque son forestieri e dei forestieri bisogna fidarsi fino ad un certo punto.
Metteteli alla prova, interrogateli... Nossignori! Questi miei compagni, subito, alle prime parole hanno alzato le braccia come ali e son corsi via come il vento.
Quei giovani, per dir la verità, non parevano neanche uomini come noi. Eran tutti illuminati nel viso e nelle vesti, senza che si potesse capire da che parte veniva il lume. Lanterne in mano non l'avevano, il fuoco era spento e la luna non c'è. Eppure sembrava che avessero dinanzi un braciere più che ardente.
Potrebbero essere spiriti del Signore, ma potrebbero anch'essere fantasmi o, peggio che mai, demoni che giran di notte.
Invece questi pecorai sono stati lì a bocca aperta ad ascoltare e hanno issofatto bevuto ogni cosa. E cosa hanno saputo? Che laggiù, in quella grotte, è nato un Re. Ma, per quanto ho imparato nei settant'anni dacché sono al mondo, i re nascono nei palazzi delle città e non già nelle greppie, in mezzo al sudiciume degli animali.
E pare che questo Re sia nientemeno che il discendente di David e il figliolo di Dio.
Ma il nostro Adonai, ch'io sappia, non ha figlioli: è il Signore unico, creatore del cielo e della terra, e non vi sono altri dei fuor di Lui.
Quanto alla famiglia di David, dopo mill'anni e più, ho paura che non ci sia rimasta sulla terra neanche l'ombra.
E quelli corrono come pazzi inseguiti per andare a vedere il miracolo.
Eppure voglio andare anch'io laggiù: non si sa mai..



LE PECORE LASCIATE SOLE


Ci hanno destato con quella luce che non era né sole né fuoco e poi son fuggiti via.
Non si sa dove, non si sa perché. Se lo sapesse il padrone! Perché abbandonarci, proprio a quest'ora, in questo buio?
Ci avessero lasciato di giorno meno male! Si poteva entrare, almeno, in quel campo di grano laggiù e levarsi la voglia.
Quando è giorno guai ad accostarsi: ci cacciano via cogli urli e coi bastoni. E bisogna contentarsi dell'erba rada che si nasconde, col freddo, tra i sassi e a volte ci buca i labbri. Ora, benché i guardiani siano scappati, dal chiuso non si può sortire e non c'è speranza di pascoli proibiti. Bisogna star qui a tremare, un po' dal freddo, e un po' dalla paura. Ci badano quando c'è il sole, che nessuno s'accosta, e ora che il mondo è tutto nero e ci son tanti pericoli, i nostri aguzzini sono spariti.
Eppure è proprio di notte che posson venire i lupi, gli sciacalli e tutti i nostri nemici. C'è da ritrovarsi sgozzate in un battibaleno da quelle bestie cogli occhi rossi e senza misericordia. Oppure i ladri ci posson portare via i figlioli e venderli chissà dove. Il tutto per colpa di questi pastori ammattiti che sono andati via di corsa per dar retta a quei giovani rilucenti. Bel modo di fare i guardiani! Ci picchian di giorno e ci lascian senza difesa di notte! Gli uomini si danno l'aria di essere chissà cosa e poi perdono la testa ad un tratto.
Noi ubbidienti, noi buone, noi zitte – e poi ci ricompensan così!
Ora poi che siamo sveglie si sente il corpo mezzo vuoto che mugola – ieri s'è trovato poco da pascere – e chi riesce a ripigliar sonno?




LA LEVATRICE


Perché son venuti a chiamarmi, nel cuor della notte, se non avevan bisogno di me?
Il vecchio arriva, bussa alla porta come se volesse buttarla giù, si raccomanda, mi fa scendere dal letto caldo, e mi racconta che la sua sposa sta per sgravarsi e che non ha nessuno per assisterla. Io, ingenua, mi fo persuadere a gli vo dietro. Credevo che fossero in casa di parenti o almeno alla locanda. Invece mi porta a una stalla fuor del paese, lontana, mezza diroccata. Si ferma, e dice: è qui.
Io non volevo neanche entrare perché non sono avvezza a mettere i piedi nello stabbio. Le mie clienti son tutte signore, le prime signore di Betlemme. E questa donna, se alloggia in una stalla, dev'essere una sciagurata, una fuggiasca, forse una peccatrice che si nasconde. 
Nonostante mi feci coraggio ed entrai. Ormai ero arrivata fin lì e forse c'era da buscare un siclo, benché il vecchio avesse tutt'altro che l'aspetto d'una persona di mezzi. Ma quando fui là dentro cosa vedo? La mamma tutta calma e placida, seduta vicino alla greppia, come se non fosse accaduto nulla. E là dentro, nel fieno, un bel maschio che mi guarda negli occhi e che illumina tutta la stanza.
E allora? Dico io. Che sorprese son queste? Come mai mi avete strappato di casa mia, dove sognavo tanto bene, s'è finita ogni cosa?
Loro, l'uomo e la donna, si guardano e non mi rispondono. Finalmente riesco a sapere che quella giovane ha partorito senza strazio, senza fatica e sola, senza l'aiuto di nessuno, mentre il vecchio cercava di me.
Non ho potuto resistere alla rabbia e mi sono sfogata con tutti e due quanto m'è parso. Ma la donna era tutta incantata intorno al bambino e il bambino pareva che mi sorridesse, quasi per calmarmi.
Il vecchio ha tentato di mettermi in mano qualche moneta, ma io non ho voluto nulla e son venuta via sbatacchiando l'uscio. Quelle non son persone come le altre, e non voglio neanche toccare i loro denari. Posso sbagliare ma qui sotto c'è qualche stregoneria. Non s'è mai sentito dire che una donna partorisca a quel modo, senza dolori e senza soccorsi.
E quel figliolo che fissa la gente come un uomo! E poi farmi alzare a quest'ora, con questo vento ghiacciato, e per arrivare a cose fatte!
Domattina, appena giorno, voglio raccontar tutto al centurione.
E io non son più io se non li fo andar via da Betlemme, codesti vagabondi ignoranti.



IL TOPO NEL MURO


Ho bell'e visto: stanotte si digiuna.
Aspettavo a gloria che si facesse buio per uscir dal mio nascondiglio e procacciarmi il desinare quando è cominciato ad arrivar gente e si son messi a far luce, a discorrere, a muoversi di qua e di là. C'è una donna con un bambino, un vecchio che li accompagna e per di più i pastori che stanno da queste parti.
Son uomini, dunque persecutori della mia razza e non è il caso di farsi vedere. Mi tocca star qui, tra queste due pietre smosse, a spiar quel che succede.
E sì che mi sento venir meno dalla fame. Speravo di trovare qualche minuzzolo di pane cascato oggi al contadino e un po' di chicchi di grano rimasti tra la paglia, come l'altre notti. Ma non c'è scampo.
Sortire di qui non mi conviene. I pastori hanno acceso il fuoco e ci si vede come di giorno. Appena mi scoprono mi schiacciano sotto le scarpe ferrate. Cosa stiano a fare qui dentro non si sa. Di solito, la notte, non c'è che il bove e l'asino e di loro non ho paura. Direi quasi che siamo amici, benché sian tanto più grossi di me.
Questi mandriani stanno lì intorno alla mangiatoia, con gli occhi spalancati, come se adorassero quel bambino ch'è nato ora.
Cosa ci sia da far tante meraviglie e tante feste Dio solo lo sa.
A me pare un bambino come tanti altri, e anche i bambini, quando possono, si divertono a torturare i miei fratelli.
Io non me la sento davvero di adorarlo, come fanno questi villani.
Tanto più che patisco la fame per colpa sua.
Se lo lasciassero solo mi vorrei divertire a morsicarlo.



IL BOVE


Chi avrà mai dato a costoro il diritto di invadere la mia casa?
È la prima volta che li vedo. Quella giovane non è la moglie del massaio e quel vecchio non è un bifolco.
Eppure la fanno qui da padroni e hanno occupato anche la greppia destinata al mio fieno.
Che prepotenza è mai questa? Cosa avranno deposto dentro la mangiatoia?
Eccolo; ora lo vedo. È un figliolo di donna, un uomo appena nato! Ma com'è differente da tutti gli altri! Nella mia vita non ho mai visto una simile creatura. Non piange, come fanno i bambini. Non dorme, non geme, non grida. Ha gli occhi aperti grandi, sereni come il cielo d'aprile. Non sembra un fanciullo vero, ma un'apparizione, un piccolo Dio capitato per sbaglio in mezzo ai fili dell'erba secca...
Non m'ero mai accorto quanto fosse scura e sporca questa mia stalla. Mi vergogno di non aver un posto più bello, più degno di lui. Scopro le ragnatele a cui prima non badavo; le travi tarlate, le lastre, in terra, tutte umide, tutte nere. È mai possibile che un tal miracoloso essere abbia scelto questa capannaccia lercia per venire al mondo?
Esce da lui un chiarore caldo, una lucenza amorosa, che trapassa ogni cosa e fa bene al cuore.
Gli uomini non son così, neanche quando nascono. Gli uomini son duri, rozzi, crudeli, tristi...
Ora sorride e par che voglia parlare. S'è accorto che lo guardo e pare che mi ringrazi. Non ha paura di me. Direi quasi che mi vuol bene, che mi vorrebbe consolare. In nessuno sguardo umano ho mai scoperto una tale espressione. Son vecchio, ormai, e ho faticato tanti anni che i miei poveri ossi sono stanchi. Ma per lui farei volentieri qualunque cosa: portare addosso un monte, solcare tutti i campi della Giudea.
Cosa potrei fare per lui? In che maniera mostrargli la mia riconoscenza? Riscaldarlo con il fiato?
Ma sarò degno, io, animale da giogo, di avvicinarmi a questo corpicino che splende?




IL PASSEROTTO SUL TETTO


Non capisco più quel che succede.
Luce sotto e luce sopra. Sembra che già si faccia giorno eppure questo non è il calore del sole.
Mi pare d'esser tornato da poco nel nido e di questi tempi le notti non finiscono mai. Non può essere mattina.
Qui c'è un mistero. Giù nella stalla sento le voci; su nel cielo altre voci, non so di chi.
È mai possibile che gli uomini si sian messi ad un tratto a volare come noi? Sarebbe la nostra rovina!
Fatto sta che non è possibile dormire in pace, stanotte. E per me che domattina presto devo andare in volo a cercarmi qualche semino o qualche avanzucolo per non morire di fame questi lumi e queste voci non ci volevan davvero.
L'altre notti su stava in pace che era un desìo. Cosa abbia da girare la gente a quest'ora per dar noia ad un povero uccello, che di giorno si deve arrapinare di qua e di là per guadagnarsi la vita, non lo so davvero.
O perché non dormono tranquilli come facevo io? Pare impossibile ma questi brutti giganti a due gambe paion creati apposta per il nostro castigo.
O ci fanno prigionieri o ci ammazzano. E, non contenti, mi disturbano il sonno. 



L'ASINO

Dio ha voluto che prima di morire vedessi cose di meraviglia.
Tutte le notti qua dentro, nelle tenebre, stracco e triste, a pensare alla mia vita disgraziata, senz'altra compagnia fuor d'un bove che rumina o d'un topo che rosicchia!
Ora, invece, mi par d'essere nel cuore del mondo.
Uno splendore che palpita, un canto che scende dal cielo, una donna più bella di tutte l'altre donne, un bambino che ruba il bene a chi lo vede.
Non sono un sentimentale, come il mio bianco compagno, e neppure superstizioso come il mio padrone. Eppure mi verrebbe la voglia d'inginocchiarmi come fanno questi pecorai che son corsi qua dentro, come se l'avesse convocati un Dio.
Ho girato anch'io la mia parte. Sono stato, una volta, fino a Damasco e sei volte a Gerusalemme. Ma non rammento un prodigio come questo, non mi so mai sentito così felice come stasera. Quella giovane che china il viso bellissimo e pallido sopra il frutto del suo sangue mi fa quasi piangere per non so quale tenerezza.
E quell'uomo anziano che guarda la donna e il bambino come se fosse rapito nella beatitudine d'un sogno.
E quei pastori che hanno il viso più rosso per la gioia che per il riverbero della fiamma.
E quella creatura dolcissima distesa nella greppia, che guarda tutti come se volesse attirarli a sé, come se li volesse consumare col suo cuore.
Quello non è davvero il figlio di un uomo.
Ho sentito dire dai pastori che a loro fu annunziata la nascita di un Dio. Più lo guardo e più mi sembra vero. Gli uomini non hanno quegli occhi che tramandano quel fulgore.
E pensare che l'ho visto nascere, io povera bestia da soma, disprezzato da tutti!
Per quale mistero ha voluto cominciare la sua vita qui, in questo presepio sconnesso, destinato ai nostri musi famelici?
Per quale arcana ragione son degno d'essere spettatore d'un portento così incredibile: la natività d'un Dio?
Son l'ultimo degli animali della terra, sono un povero sacco di pelle piagata e d'ossa tronche, ma non mandarmi via, Bambino, permetti anche a me di amare Colui che un giorno volle creare anche me.




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